1. Gli immediati dintorni della biopolitica, ma anche oltre

La Corte d’Assise d’Appello di Trieste ha concesso uno sconto della pena a carico di un omicida extracomunitario, motivando la decisione in conformità ad un’indagine cromosomica. I giudici di Trieste hanno riconosciuto all’autore del reato la diminuita capacità d’intendere e volere e, dunque, il minore grado d’imputabilità, non in ragione delle differenze culturali e della fede religiosa professata, ma sul presupposto dell’accertamento della sua vulnerabilità genetica. Il reo dunque, per i giudici di Trieste, è predisposto geneticamente alla violenza (“MessaggeroVeneto”, 25 ottobre 2009).

La Procura della Repubblica di Torino ha avviato un’indagine su un’ipotesi di truffa internazionale, dove le vittime sono malate di gravi patologie neurodegenerative cui era stata promessa la guarigione. È coinvolta una Fondazione per la medicina rigenerativa italiana con connessioni nazionali e internazionali. Le cure proposte, a base di staminali e dal costo compreso fra i venticinquemila e cinquantamila euro, non erano state autorizzate da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco, non vi era l’assenso del comitato etico e non era stato avviato alcun protocollo di sperimentazione clinica (“Corriere della Sera”, 28 dicembre 2009).

Il Tribunale di Salerno ha autorizzato, per la prima volta in Italia, la diagnosi genetica preimpianto a una coppia fertile portatrice di una grave malattia ereditaria, l’Atrofia Muscolare Spinale di tipo 1 (SMA1). La malattia causa paralisi e atrofia di tutta la muscolatura scheletrica e costituisce la più comune causa genetica di morte (per asfissia) dei bambini nel primo anno di vita. Per il giudice di Salerno, il rischio di procreare figli affetti da gravi malattie geneticamente trasmissibili, sarebbe quindi evitato dall’indagine preimpianto, quale premessa all’impianto dell’embrione, con lo scarto degli embrioni che potrebbero trasmettere la malattia (“Corriere della Sera”, 13 gennaio 2010).

Presto le coppie potranno usufruire di un test genetico in grado di predire se i propri figli possono sviluppare malattie genetiche come la fibrosi cistica, l’atrofia muscolare spinale o l’anemia falciforme. Il nuovo test potrà essere acquistato alla Bridge Fertilità Clinic di Londra a 700 sterline, mentre la company statunitense che l’ha prodotto – la Consyl – ha annunciato di volerlo vendere online. Se i risultati del test svelano che la coppia è portatrice di geni associati a malattie genetiche, i futuri genitori potrebbero scegliere di non avere figli o di utilizzare la fecondazione in vitro per avere la garanzia di un figlio sano. Per la Consyl, le coppie hanno il diritto fondamentale di conoscere il loro stato di portatore e di prendere decisioni riproduttive, in conformità a tale status, senza interferenze esterne (“Agenzia Giornalistica Italiana”, 8 febbraio 2010).

Una clinica londinese specializzata in inseminazione artificiale, per promuovere il suo nuovo servizio di baby profiling (scelta di sesso, razza, colore degli occhi e dei capelli del nascituro) ha deciso di mettere all’asta un ovulo umano. Lo riporta l’edizione del Sunday Times secondo il quale i promotori non violeranno formalmente la legge britannica in materia d’inseminazione in vitro perché il trattamento sarà effettuato in seguito in America. In Gran Bretagna la vendita d’ovuli è vietata. Le donatrici devono essere maggiorenni e possono ricevere unicamente un rimborso spese massimo di 300 euro (“Corriere della Sera”, edizione online, 14 marzo 2010).

Le cinque situazioni, scelte tra le più recenti, esemplificano una realtà inedita, impensabile solo fino a pochi anni fa: una realtà sociale e giuridica che segue allo sviluppo delle bioscienze e delle biotecnologie, coinvolgendo lo stesso destino della natura umana se e in quanto natura programmabile con precise caratteristiche. La questione della programmazione degli esseri umani ha cominciato a imporsi nella riflessione sociologica da quando, all’inizio del nuovo millennio, è stata posta da Jürgen Habermas (Habermas, 2000). Il sociologo di Gummersbach s’interroga non solo sulle conseguenze degli interventi genetici voluti dai genitori sui nascituri o da contemporanei sulle generazioni future in grado di mettere in discussione il principio di libertà ed il valore della responsabilità soggettiva, ma anche sul ruolo del mercato e degli stessi genitori, sul consenso informato, sull’azione terapeutica, sull’azione di governo e sul superamento della negatività o della malattia, ed anche sull’indisponibilità dei fondamenti genetici della nostra esperienza corporea sia biologica sia morale. Per Habermas, si assiste all’affievolirsi della tradizionale distinzione fra ciò che è spontaneamente “cresciuto” e ciò che è oggettivamente “prodotto” che fa venire meno il principio essenziale che fonda la società democratica come comunità dialogica e discorsiva d’individui autonomi e uguali. Entra qui in gioco la legittimità di tali interventi, il ruolo dello Stato nel riconoscere le prerogative della libertà democratica in campo genetico, mentre la libertà di miglioramento genetico dei figli, astrattamente propria dei genitori, non deve porsi in conflitto con la corrispondente libertà etica dei figli (2). Habermas non lo dice esplicitamente, ma all’origine del suo discorso non solo vi è la rivoluzione scientifica e tecnologica, che ha determinato enormi successi in campo biomedico, ma sono presenti anche nuovi orientamenti e percezioni soggettive e intersoggettive che attribuiscono alla correlazione di vita e politica il significato di un legame imprescindibile, in grado di formare dati e codici sincretici nuovi, di modificare la semantica della comunicazione e l’ermeneutica sociale anche di senso comune. Le questioni poste da Habermas hanno come riferimento l’ordine politico liberale, ovverosia la biopolitica, inserita da Michel Foucault nella cornice generale del liberalismo(3). Com’è noto, il concetto di biopolitica, secondo la ricostruzione epistemologica operata dal filosofo francese, concerne il governo della vita e trova fondamento nella costituzione dello stato moderno, il quale a sua volta deriva dalla teoria del contratto sociale di matrice illuminista. Il concetto di stato fornisce un modello per l’unità e l’ordine sociale che troverà il suo culmine nella concezione hegeliana dello stato etico e la sua fase discendente nella crisi che si produrrà tra la seconda metà del XIX secolo e la prima metà del XX. Gli sviluppi fondamentali di tale processo si hanno con la teoria del contratto sociale di Thomas Hobbes con cui si poneva il tema della legittimazione di un ordine sociale reso autonomo da quello religioso(4). Con l’espressione biopolitica Foucault si riferisce al modo con cui si è cercato, dal XVIII secolo, di razionalizzare i problemi posti dalle pratiche governamentali nei confronti della popolazione. Tali pratiche riguardano i trattamenti per la salute e la malattia, l’igiene, la natalità, la mortalità, il sesso, la longevità, le razze, ecc. La biopolitica è una categoria gnoseologica di spiegazione dell’idea di sviluppo presente nell’età moderna, dove sono iscritti vari saperi e pratiche governamentali. Il concetto di biopolitica è così storicamente determinato da costruzioni produttive e tecnologiche che consentono, oppure obbligano, la vita a entrare nella storia.

È possibile interpretare la ricostruzione compiuta da Foucault stabilendo che è il potere governamentale che consente di esprimere, modificare e orientare i movimenti del corpo, i suoi modi d’agire e le sue posture. Lo stesso potere rappresenta e definisce, infatti, i comportamenti della popolazione sottoposti a diversi regimi e ordini, sulla base dei dispositivi degli apparati amministrativi e sanitari mobilitati per allontanare la morte e orientare la vita.

Il corpo, la soggettività e la storia politica si evolvono unitariamente alle tecnologie con cui si manifesta il biopotere, anche se la vita, pur penetrata da tali tecnologie, rimane all’esterno della storia come suo limite biologico. Il biopotere, infatti, non produce la vita. Piuttosto, interviene direttamente sulla vita consentendone le condizioni di mantenimento e sviluppo e, a tal fine, organizzandola. Il biopotere agisce sul corpo. Libertà e sicurezza sono poli opposti e contrastanti, ma entrambi necessari l’uno all’altro. È l’ordine economico a essere causa di diritto e motivo della produzione di norme giuridiche da parte dello Stato. Il diritto dà forma alla vita, negozia tutte le relazioni sociali, svolge una funzione di normalizzazione e controllo immunitario contro i rischi e le deficienze e diviene così biodiritto.

La biopolitica è dunque un meccanismo di coordinamento strategico delle forme viventi, espressione dell’economia e delle istituzioni politiche. La biopolitica, anzi, accresce la loro potenza, sostituendo l’antica società basata sulla sovranità giuridica, prima con la società fondata sulla disciplina economica e, quindi, con la società di governo(5). La biopolitica, fin dalla sua origine, è una forma strumentale dell’economia politica, poiché assume i bisogni anche indotti, come sua parte costitutiva. Si tratta di bisogni mediati, come detto, dalle agenzie governamentali: legislative, amministrative o, più recentemente, anche da quelle costituite da soggetti riconosciuti e in grado di deliberare o decidere autonomamente sulle pratiche di salute e malattia che li riguardano. Nel contesto biopolitico liberale sono compresi approcci, concettualizzazioni e forme produttive, tecniche e pratiche che, pur da prospettive diverse, concorrono a disegnare un unico insieme d’oggetti, appartenenti all’ordine biologico e fisico naturale, all’ordine sociale e legale, a quello coscienziale e psicoanalitico. La biopolitica include tutto ciò di cui è possibile discorrere intorno agli oggetti. Si tratta, ancora, d’oggetti certamente distinti, non solo perché confluenti in ordini con precisi confini, ma anche perché i confini operano nell’ambito di ciascun ordine. La storia della biopolitica potrebbe essere letta proprio come una storia dei nessi selettivi (normativi, tecnici e interpretativi) che estendono e muovono oggetti diversi, dove l’ordine biologico è stato sistematizzato, discusso ed anche messo in crisi, ma non ontologicamente modificato. Determinare l’ambito storico della biopolitica significa definire la capienza dell’approccio biopolitico di Foucault, in quanto regione concettuale dove includere un sistema composto di più paradigmi, anche molto diversi dal punto di vista epistemologico, specie nell’ambito delle cure mediche e socio – sanitarie ed in quello socio – criminologico.

Nel concetto di biopolitica sono stati iscritti fatti assolutamente diversi e lontani nel tempo e nello spazio. Dalla guerra del e contro il terrorismo alle migrazioni di massa, dalle politiche sanitarie a quelle demografiche, dalle misure di sicurezza preventiva all’estensione illimitata delle legislazioni d’emergenza, non c’è fenomeno di rilievo internazionale estraneo alla doppia tendenza che situa le vicende cui si è fatto riferimento su un’unica linea di significato: da un lato una crescente sovrapposizione tra l’ambito della politica, o del diritto, e quello della vita, dall’altro un’implicazione altrettanto stretta, che sembra derivarne, nei confronti della morte (Esposito, 2004, pp. I – XVII). La biopolitica ha il compito da un lato di riconoscere i rischi organici che insidiano il corpo politico e dall’altro di individuare, e predisporre, i meccanismi di difesa nei loro confronti, anch’essi radicati nello stesso terreno biologico (ibidem, p. 9). È dunque nella semantica dell’immunità che è possibile identificare il segno distintivo della biopolitica, nella misura in cui questa s’inserisce in una griglia storicamente determinata dove bíos (vita qualificata o forma di vita) e politica (penetrazione del potere nella vita degli individui) si sostengono reciprocamente (ibidem, pp. 41 – 77).

Si osserva ora che la biopolitica e le pratiche d’immunizzazione oggetto dell’analisi di Foucault stanno, per non pochi aspetti, estendendosi a diverse dimensioni della vita. È stato recentemente e autorevolmente rilevato che ingenti finanziamenti, molteplici richieste dei consumatori, rapidi progressi tecnologici rendono le azioni di miglioramento umano – con aumenti delle dimensioni del benessere psichico delle persone, le loro capacità cognitive e fisiche, l’estensione della loro vita – un processo già in atto (Maturo, 2009, pp. 18 – 19). Siamo di fronte alla medicalizzazione della vita, già prevista da

Foucault come ci ricorda Maturo (ibidem, p. 25), ovverosia all’estensione di categorie mediche in ambiti che in precedenza non erano medici (ibidem, p. 26)(6).

Si rileva, ancora, che la forma e le pratiche proprie della biopolitica, pur continuando a sussistere e a produrre rilevanti effetti, non sono le sole. Per esempio, è possibile comprendere e affrontare le questioni sollevate da Habermas e le nuove situazioni sociali e giuridiche presentate all’inizio di questo scritto, entro le pratiche governamentali ricostruite da Foucault? È possibile, viceversa, che tali questioni appartengano a un altro ordine discorsivo che richiede strumenti concettuali e interpretativi diversi? Tali questioni sono riconducibili e regolamentabili nell’ambito delle definizioni e degli apparati della biopolitica e in quelle del biodiritto?Fra il discorso di Foucault e quello di Habermas si sta creando una nuova superficie, in ragione delle cose che Foucault non poteva dire perché non sussistevano ancora i nuovi oggetti che fanno discutere Habermas. Altri spazi bianchi sono invece presenti nelle questioni aperte da Habermas. Habermas dice ciò che non poteva non dire, certo, ma non dice tutto. È dunque necessario interrogarsi su ciò che Habermas non ha scritto: se, in altre parole, è possibile o meno inscrivere le questioni da lui poste lungo la linea biopolitica tracciata da Foucault, oppure se siamo oltre. Si tratta, insomma, di comprendere in quale nuovo ordine, gnoseologico ed epistemologico, va configurato e trattato da adesso in poi il suo discorso.

Solo poche decine d’anni fa gli argomenti di Habermas non potevano essere posti né tanto meno discussi. Il tema fondamentale delle questioni sollevate, la loro radice ontologica, risiede nell’attualizzarsi delle condizioni che, effettivamente, le rendono ora concrete e rilevanti: innanzi tutto, la rivoluzione scientifica e tecnologica che ha trasformato la scienza moderna nella forma più potente di dominio perché è la forma più potente di previsione (Severino, 1979, p. 15) e che si riferisce a un ambito diverso rispetto a quello che appartiene storicamente alla biopolitica prospettando, innanzi tutto, un nuovo rapporto tra naturale e artificiale. Assistiamo, infatti, all’irrompere nella medicina di un modello bio – medico innovativo, caratterizzato da un più forte mix tra scienze naturali e scienze dell’artificiale, tra biologia e scienze fisico – matematiche dell’artificiale che riapre la separazione cartesiana fra res cogitans e res extensa cui si aggiunge la dipendenza crescente della ricerca dal mercato e dal commercio anche di parti del corpo umano (Ardigò, 1997, p. 58 – 62).

È il fisico teorico Marcello Cini ad affermare che la nostra specie ha sostanzialmente completato nel secolo appena terminato l’instaurazione del suo dominio sulla materia inerte, mentre il secolo XXI realizzerà il dominio sulla materia vivente e il controllo sulla nostra stessa mente (Cini, 2006, pp. XV – XVII)(7). Il confine da difendere supera la natura e tocca la biologia, dove è in gioco qualcosa d’essenziale: non più soltanto comprendere o trasformare la materia fuori di noi, ma incidere sui modi e la qualità del nostro essere nel mondo. Lo scontro si consuma intorno al controllo di due punti cruciali nella geografia del nostro percorso di vita: l’ingresso e l’uscita. Come nasciamo e come moriamo (Schiavone, 2007, p. 57). La scienza assume un nuovo statuto epistemologico, dove sono affievoliti i confini con la tecnologia e con la dimensione dei valori pubblici e privati. La scienza non si limita a descrivere, ma agisce direttamente nel contesto sociale, è sempre più parte della sua costruzione nella misura in cui è in grado di riprodurre la vita e determinare i comportamenti. Le scienze della vita e quelle neurologiche hanno beneficiato in modo particolare di questi strumenti, in grado di fornire modelli per la simulazione dell’informazione nell’ambito dei sistemi biologici auto organizzati, rendendo sempre più evidenti le differenze con la genetica classica(8). La nuova genetica molecolare, afferma Aldo Schiavone, rende già possibile progettare e creare (fino a brevettare) sistemi biologici complessi mai esistiti in precedenza, sì che ci stiamo muovendo verso una storia della vita orientata dall’intelligenza e non più dall’evoluzione. L’evoluzione, insomma, ha finito col selezionare una cultura capace di sostituirsi a se stessa (Schiavone, 2007, p. 57).

I nuovi scenari che discendono dallo sviluppo dell’ingegneria genetica e delle biotecnologie sono rappresentati dall’economista Francis Fukuyama con riferimento: a) ai condizionamenti profondi della personalità umana determinabili dai presidi terapeutici (o farmaci) di nuova concezione prodotti dalla ricerca neurofarmacologica b) alla ricerca sulle cellule staminali che potrà permettere la rigenerazione pressoché completa dei tessuti che formano il nostro corpo, elevando l’attesa di vita e permettendo la coltivazione degli organi per sostituire quelli non più funzionanti c) al controllo sistematico, da parte delle élites, sugli embrioni prima del loro impianto a scopo riproduttivo, ottimizzando così le qualità dei bambini che possono venire alla luce (Fukuyama, 2002, pp. 15 e ss.). È la società nel suo complesso, avverte Costantino Cipolla, a mettersi lungo la strada della biomedicalizzazione che comporta per i suoi membri la responsabilità di fare il meglio possibile del proprio corpo, superando il trattamento, via high-tech, da interventi volti al mantenimento, al miglioramento, all’avanzamento sempre più spinto ed eccellente del proprio stato di salute (Cipolla, 2009, p. 124). La centralità della nuova genetica è riconosciuta da Peter Conrad, secondo il quale oltre ai cambiamenti organizzativi nella medicina dal 1980, campi nuovi o ampliati delle conoscenze mediche, stavano diventando dominanti: l’influenza delle aziende farmaceutiche coincide con il settore economico statunitense più redditizio accresciuto da farmaci dagli effetti rivoluzionari che potrebbero espanderne la loro influenza. Per Conrad, che da oltre venti anni ha individuato nella genetica un driver di medicalizzazione, la ricerca genetica è diventata il settore di punta delle conoscenze mediche e si è spostata al centro del discorso medico e pubblico sulla malattia e la salute (Conrad, 2009, pp. 37 – 38).

Siamo di fronte a trasformazioni, hanno evidenziato Adele E Clarke e Janet K. Shim, che includono le scienze informatiche e dell’informazione così come tutte le bioscienze e le tecnologie come la biologia molecolare, la genetica, la genomica, le biotecnologie, la farmacogenomica, le nanotecnologie e le tecnologie mediche incluse quelle di visualizzazione. Insieme alle nostre crescenti e largamente individualizzate responsabilità per la nostra cittadinanza biologica/somatica (Clarke e Shim, 2009, p. 228). Si tratta di responsabilità che toccano anche lo sviluppo e la diffusione dei test genetici e il moltiplicarsi d’informazioni e dati genetici personali9, in grado di porre originali questioni con riferimento alle loro caratteristiche e al loro utilizzo.

È Carla Faralli che mette in luce come i dati genetici, a differenza degli altri dati personali, siano permanenti e trasmissibili e facciano pertanto riferimento non ad un soggetto singolo, ma ad un gruppo di riferimento, ovvero alla famiglia biologica, la quale non coincide con la famiglia giuridica. Si apre qui la questione dei diritti dei diversi soggetti appartenenti al gruppo di riferimento, sia esso più o meno allargato. Si tratta, rileva sempre Carla Faralli, per esempio del diritto di accedere alle informazioni nei confronti di altri appartenenti al gruppo, del diritto alla privacy (che comprende anche il diritto di non sapere), delle modalità di esercizio di tali diritti, dei poteri di utilizzazione e circolazione dei dati del gruppo (Faralli, 2007, p. 248)10.

9 In tema d’informazioni e dati genetici si rinvia alle (imprescindibili) considerazioni di Stefano Rodotà (2006, pp. 164 – 198). Si veda anche il denso e dotto saggio di Juri Monducci contenuto in questo volume.

È nel corpo, inteso come natura interna (bíos) e rappresentazione sociale del sé che si sta realizzando, dunque, la profezia di Nietzsche secondo cui il terreno di confronto, e di scontro, politico dei secoli a venire riguarderà la ridefinizione della specie umana in un quadro di progressivo spostamento dei suoi confini rispetto a ciò che non è umano (Esposito, 2004, p. 85).

Sotteso all’intervento di Habermas, ciò che in fondo dà origine alle sue argomentazioni, è dunque lo straordinario e rapidissimo progresso delle bioscienze che sta trasformando in pochissimi anni la natura umana in oggetto d’intervento tecnico, determinando un nuovo e maggiore potere dell’uomo, ora potenzialmente in grado di modificare la sua natura interna (bíos), i processi della mente e la coscienza. L’uomo si sta accingendo a disporre dell’ordine biologico. La rivoluzione biotecnologica costituisce, infatti, qualcosa di molto più ampio dell’ingegneria genetica, coinvolgendo aree diverse di progresso correlate fra loro (biologia molecolare, neuroscienze, genetica delle popolazioni, genetica comportamentale, psicologia, antropologia, biologia evolutiva e neurofarmacologia). Ciò comporta potenziali implicazioni politiche, in quanto, ampliando la nostra conoscenza del cervello, s’incrementano le nostre possibilità di manipolare il comportamento umano attraverso di esso (Fukuyama, 2002, p. 29)11.

La rivoluzione scientifica in atto12 ha evidenti conseguenze, e sempre più potrà averne in futuro, sul piano dei comportamenti societari. D’altra parte, è necessario rilevare che il passaggio dal discorso di Foucault a quello prospettato da Habermas implica altresì l’affermarsi di nuove tendenze che accompagnano e, in un certo senso, attualizzano e potenziano sul piano sociale i successi delle bioscienze e delle biotecnologie. Si osserva, infatti, come queste nuove tendenze, consentano di introdurre riflessioni non solo sulla biopolitica, ma anche su quella terra di mezzo protesa verso la dimensione sociologicamente intuita e discussa da Habermas che coinvolge con forza sempre maggiore diversi ambiti della vita sociale e individuale.

Dette tendenze a loro volta generano nuove condizioni societarie, in particolare nei confronti dei rapporti fra il sistema sociale nel suo complesso, al quale fanno riferimento sia il sistema normativo e sia il sotto sistema sanitario, e le sfere vitali dei soggetti. Si evidenzia qui una nuova prospettiva,

10 Si veda anche C. Faralli (2002).
11 Sui temi affrontati da F. Fukuyama, si veda anche J. Rifkin (1998) e, in ambito narrativo, da G. Tonutti (2008).
12 Sul cambio di episteme il rinvio, obbligato, va a T. S. Khun (1972) e (1966).

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diversa dall’ordine discorsivo che qualifica la semantica dell’immunità e il dominio sui movimenti dei corpi. Le pratiche genetiche, infatti, non sono propriamente immunitarie e, anzi, la stessa logica che percorre il gene non ha carattere immunitario, anche se può apportare benefici immunitari. La logica del gene è generativa e rigenerativa, può ammettere e includere, ma anche negare o andare oltre, la semantica biopolitica con i suoi oggetti e i suoi nessi.

La biopolitica non potrà più essere tale poiché sta mutando la natura degli oggetti che hanno consentito a Foucault di compierne la ricostruzione storica.

Ciò non significa che la biopolitica perderà i suoi oggetti, ma solo che assieme a tali oggetti ve ne saranno, anzi sono già presenti, altri, di un ordine diverso, non esclusivamente fondato sull’economia politica e sui bisogni della popolazione.

2. Polis genetica

Stiamo entrando nella città del gene. Polis genetica (Gobbato, 2008, pp. 168 ss.), ovvero città – laboratorio dove progettare la struttura umana, sequenze e codici genetici, e città – arena per politiche, governi, singoli soggetti, norme, negozi giuridici e pratiche che intendono orientare, proteggere, modificare, aggiungere o sottrarre, valutare o giudicare le forme della vita. Non vi entriamo a causa di un processo di selezione naturale, ma in ragione d’opportunità e di scelte inedite. Le opportunità sono offerte dallo straordinario progresso, avvenuto in un brevissimo arco temporale, delle bioscienze e delle biotecnologie. Le scelte discendono, respinti gli orrori dell’eugenetica statale, dalla selezione genetica fondata sulle libertà e sui diritti individuali. Gli oggetti e i nessi della biopolitica si stanno trasformando in nuovi scenari che non discendono solo dallo sviluppo delle bioscienze e delle biotecnologie, ma anche dalle frammentazioni delle identità nazionali e dalla globalizzazione dei mercati, dalla rimozione dei confini identitari nella dimensione soggettiva e intersoggettiva accompagnata dall’ebbrezza di realizzare, nel e attraverso il proprio corpo, un’utopia. La polis genetica è una prospettiva che comprende i reciproci influssi della ricerca genetica sul comportamento umano e le prestazioni fisiche, le nuove terapie geniche e cellulari, la manipolazione degli embrioni e le ripercussioni di queste procedure in ambito sociale e individuale.

L’oggetto della polis genetica è la forma (struttura) del corpo. La forma non è solo l’insieme di corpo fisico e substrato psicologico e mentale (natura interna), ma è anche rappresentazione sociale. Da un lato, il potere governamentale biopolitico è in grado di modificare i movimenti del corpo, mentre, dall’altro lato, la polis genetica trae origine dalla capacità di mutare la forma del corpo. Le bioscienze nella forma del dominio sul vivente non si mostrano veramente nella biopolitica: quando lo fanno, sono già oltre la biopolitica e costituiscono la polis genetica.

Non si genera in questo diverso ambito, propriamente, una nuova scissione fra res cogitans e res extensa, fra il corpo unito alla coscienza e il corpo come soma, quanto piuttosto si produce un soggetto nuovo, capace di estendersi oltre gli oggetti ed i nessi che ha creato: se con la biopolitica la vita irrompe nella storia, nella polis genetica la vita tende nuovamente ad uscirne, ponendosi al di sopra o al di fuori della storia. La società antica disponeva di un corpo fondato sulla solidità, sull’aderenza dello spirito alla carne, mentre la società moderna ha operato la loro distinzione. La società post moderna sta andando oltre a tale distinzione e cerca con strumenti nuovi la dilatazione e il potenziamento del corpo attraverso un’opera essenzialmente cognitiva. Il successo delle biotecnologie è dunque accompagnato e ulteriormente potenziato dalla creazione di mondi artificiali che determinano o seguono rilevanti processi che comportano vari gradi d’instabilità relazionale, dovuti alla rimozione dei confini identitari, comunicativi e di scambio, cui corrisponde l’affievolirsi dei limiti psicologici dei soggetti. Tutto ciò sembra imporre una nuova razionalità individuale e sociale, dove le bioscienze e le biotecnologie costituiscono sempre più gli elementi intorno ai quali si costruisce l’identità personale e collettiva e le rappresentazioni di tale identità.

È nella forma della costruzione del sé che si pone, per Cecilia Cristofori, il segno distintivo della post modernità, che fa del corpo, insieme, l’emittente ed il medium della comunicazione che tocca principalmente e prima di ogni altra cosa la stessa immagine di corpo, sempre più giovane, privo d’imperfezioni, in perfetta efficienza fisica e ben modellato (Cristofori, 2006, pp. 74 – 75).

Biotecnologie e desideri del sé, orientati a generare e a rigenerare la forma stessa della struttura del corpo, possono realizzare la sostituzione dell’episteme della scienza, i sistemi d’ordine socio – culturale e le loro reciproche connessioni. La vita sta diventando uno stato della mente che si serve delle bioscienze per comporre scritture selettive capaci di definire e ridefinire il patrimonio genetico, di connettere tecnologie informatiche con il cervello sviluppando o addirittura creando ricordi, fino a fondersi con il carattere degli individui. Una delle chiavi per comprendere la biopolitica contemporanea, sostiene Nikolas Rose, risiede nella nuova dimensione molecolare secondo cui la vita è osservata e manipolata e ciò si connette alle possibilità che tale osservazione molecolare schiude all’ingegneria inversa della vita, alla trasformazione di questa in sequenze intelligibili di processi che possono essere modellati, ricostruiti in vitro, riparati e riorientati da interventi molecolari per eliminare anomalie indesiderabili e favorire risultati desiderabili (Rose, 2008, p. 133). Il corpo diviene un luogo, ma anche un non luogo, sempre più culturale, un palcoscenico dove rappresentare le maschere umane o transumane immaginate e create su richiesta nei laboratori biotecnologici. Il corpo può allora assumere le forme dei desideri della mente, le cui rappresentazioni mutano al mutare delle possibilità offerte dalle biotecnologie. Gran parte delle immagini che si riferiscono al corpo diffuse nella nostra cultura, sostiene Paola Borgna, ha origine, oltre che dai modelli estetici dominanti, dal modello biomedico occidentale, dove la medicina costituisce una delle principali fonti di costruzione delle rappresentazioni sociali del corpo, d’alcuni suoi aspetti o funzioni oltre che del corpo stesso (Borgna, 2005, p. 59)13. La velocità del progresso delle scienze biomediche e biotecnologiche comporta così il continuo cambiamento dei riferimenti socio – culturali e normativi e improvvise accelerazioni nelle immagini di sé e nelle attese dei soggetti che impegnano il corpo (fino alla clonazione), tanto che le bioscienze iniziano a porsi, per non pochi aspetti, come una variabile indipendente dell’ordine sociale. Anzi, è l’ordine sociale che sembra ora porsi come dimensione che segue l’evoluzione delle bioscienze.

3. La salute come promessa

La polis genetica non è all’origine una disciplina. È la prospettiva che deriva dal successo delle bioscienze che modificano il complesso delle relazioni fondamentali, sociali e giuridiche, e le sottopongono a nuove condizioni. Tali condizioni, mutevoli in quanto funzione del progresso scientifico in campo genetico, tendono a rendere medesime le forme della vita (bíos) e dell’esistenza, intesa come amministrazione pubblica ed etica individuale, con la conseguenza che anche il soggetto assume poteri, facoltà e prerogative intorno alla sua natura. L’affievolirsi della dicotomia tra ciò che è spontaneamente cresciuto, su base biologica non artificiale, e ciò che è tecnicamente prodotto, tra l’ordine soggettivo e l’ordine oggettivo, muta sensibilmente l’approccio gnoseologico ed etico nei confronti della natura umana. Nell’ambito della polis genetica si esercita il controllo sulla vita non spontanea, alla sua origine oppure durante il suo corso, espressa dalla ricerca

13 Si veda anche P. Borgna (2001).

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pubblica o da quella dipendente dal mercato, al cui sviluppo concorrono gli stessi desideri dei soggetti individuali. Il controllo sullo sviluppo delle biotecnologie avanzate e delle loro applicazioni, sostiene Alberto Pizzoferrato, costituisce un rilevante problema riguardante la sicurezza per la sanità pubblica, l’ambiente e la dignità della persona. Le biotecnologie innovative in grado di produrre organismi geneticamente modificati (batteri, animali e piante transgenici) stanno determinando uno sviluppo molto rapido della cultura scientifica che coinvolge l’interesse industriale per applicazioni in vari campi produttivi (Pizzoferrato, 2002, pp. 84 – 85).14

Si sta per non pochi aspetti profilando, sul piano epistemologico, la conclusione della pretesa neutralità della scienza e della tecnica, mentre emerge una nuova e diversa sensibilità nella percezione soggettiva e intersoggettiva del corpo, inteso come natura interna (bíos) e rappresentazione sociale (ego/social self), che accompagnano i progressi delle bioscienze anche nei confronti del mercato biotecnologico emergente. Il soggetto in qualche modo giunge a essere, direttamente o per opera di altri, il suo oggetto: oggetto che può far parte di un negozio giuridico o di una politica. Il soggetto, dunque, è contemporaneamente sé, con il proprio capitale di beni genetici, e l’altro che può divenire, con nuovi beni genetici.

Non i diritti naturali, né la pratica governamentale biopolitica, ma ogni possibile sincretismo genetico,15cui corrisponde il sincretismo giuridico, determina la nuova forma della politica. L’esercizio dell’etica politica potrebbe non rendere più necessario un governo che si rivolga a una polis, dove è presente la dialettica fra relazioni di potere e stati di dominazione nel significato loro attribuito da Foucault, ma solo di tecniche di governo dei desideri genetici, non esclusivamente legati al bisogno di salute in senso stretto. In questa dimensione, le pratiche immunitarie non sono

14 Sui temi connessi al mercato biotech e ai brevetti biotecnologici si veda anche: Consiglio dei diritti genetici (2006); C. Modonesi, S. Masini, I. Verga (2006); M. Buiatti (2004); V. Chiesa (2003).
15 Per esempio, sono stati ottenuti embrioni umani con il DNA di tre persone, due madri e un padre. Ufficialmente gli embrioni umani ottenuti con il DNA di tre persone servono per evitare la trasmissione di malattie ereditarie. Il risultato, pubblicato sulla rivista Nature, è stato ottenuto in Gran Bretagna, nell’Università di Newcastle. Secondo quanto riferisce il Times, l’equipe del professor Doug Turnbull è riuscita ad eliminare i mitocondri (i generatori dell’energia della cellula) difettosi dei genitori trasferendo il loro DNA “ripulito” in un ovocita da una donatrice. Secondo Turnbull, il primo bambino con tre genitori biologici potrebbe essere concepito entro tre anni (“Corriere della Sera”, 15 aprile 2010) necessariamente obbligate, come nel governo biopolitico liberale, ma piuttosto promesse. In un certo senso si potrebbe verificare il ritiro delle forme storiche dell’economia politica e l’emergere di politiche ed economie basate sul desiderio. L’economia dei desideri, il suo valore d’uso e di scambio, si basa sul capitale che deriva dalla conoscenza delle procedure genetiche e biotecnologiche, le quali consentono l’accumulazione di beni genetici, e fa affievolire l’importanza del capitale basato sulle risorse fisiche e naturali. Il desiderio tende a sostituirsi progressivamente al bisogno, tradizionalmente mediato dal sotto sistema sanitario, consentendo all’immaginario soggettivo e intersoggettivo d’interagire con l’immaginazione del progettista genetico.

Nello spazio bianco, non scritto, che divide come la terra di nessuno i discorsi di Foucault e Habermas, si stanno costituendo le premesse per lo sviluppo di situazioni d’incoerenza e di tensione, specialmente con riguardo agli ambiti che coinvolgono i processi di legittimazione giuridica, di fiducia e di giustificazione sociale, nei confronti dei nuovi oggetti prodotti dalle bioscienze. Oggetti che potrebbero in prospettiva sostituirsi ai sistemi di cura ed estendere i modi di percezione, interpretazione, affermazione del e sul proprio corpo da parte di un numero crescente di soggetti, alcuni in attesa di ricevere i benefici sanitari determinati dal bisogno, altri alla ricerca dei beni genetici desiderati, entrambi promessi dalle bioscienze.

Si sta correlativamente affermando una dimensione fondamentalmente estetica e edonistica che lo stesso ego dei soggetti sembra ricercare e stabilire, dove le modificazioni del corpo (le sue figure e le sue incisioni) seguono quelle che la mente suggerisce. È qui messo in discussione il rapporto concepito da G. H. Mead in cui, come rappresenta Achille Ardigò, la persona è soggetto, nella duplice forma di “io” (ego) attore intenzionale e di “sé” (social self) quale ritengo mi vedano “gli altri” per me significativi, a partire dal mio mondo di vita quotidiana (Ardigò, 1997, pp. 94 – 95). Nel rapporto ego/social self il sé si costituisce, quindi, come rappresentazione di ego posto davanti ad alter. Ciò che sembra mutare in questa tarda modernità è, piuttosto, in ragione della rapida diffusione della (bio) tecnologia, la velocità con cui gli scambi simbolici sono condivisi, assieme alla loro intensità e frequenza. Ego protendendosi continuamente verso alter non ha il tempo di rendere stabile la propria identità e assume quella di alter. La medesima cosa succede in alter. Ego e alter, tuttavia, sempre più raramente realizzano, in questa prospettiva, il noi di un’interazione che perdura nel tempo. Il sé, anzi, sempre più sembra privarsi di ego in quanto attore intenzionale. Il sé si manifesta invece nella dimensione sociale, costruita non tanto in conformità a un’identità che incontra un’altra identità, ma come sguardo sociale di ego e alter costituiti entro una comunità sensoriale alimentata dalla (bio) tecnologia. Questo non significa che ego scompare: lo si ritrova al di fuori del soggetto, dopo che il soggetto se ne è spogliato e lo ha reso disponibile in una dimensione dilatata dove assume tutte le forme che gli sguardi sociali gli assegnano. È questo egoincommensurabile e al contempo labile, ossessivamente presente quanto sconosciuto, che il soggetto vorrebbe assumere come proprio, farlo ritornare da sé dopo averlo prodotto e allontanato, attingendo la propria differenza dalla differenza di alter, e reciprocamente. Il corpo, prima di divenire espressione del sé, rendiconto della propria presunta identità al di fuori di sé, è un’impressione o una pressione dello sguardo che tocca più superfici, ma anche un flusso di sguardi su un’unica superficie. Corpi nel corpo, dunque, che estendono questa superficie. Corpi sempre meno orientati alle azioni perché sempre più disponibili alle sensazioni. L’intenzione del sé di mutare la propria identità biologica e giuridica non è allora avvertita come falsificazione, ma piuttosto come trasferimento disincantato e leggero da ego a ego, da nome a nome, da corpo a corpo. La friabilità di ego, la sua formidabile capacità mimetica che lo spinge a dissolversi e a desiderare di essere altro per conto di un alter indifferenziato (e sociale poiché di tutti e giacché asseconda tutte le forme possibili di edificazione del sé), è allora sorretta o sostituita dagli innesti nei corpi, insieme materiali e immateriali, dalle protesi e dalle giunture aggiunte, visibili o no, che rendono possibile la ricostruzione dell’identità o la sua finzione. Si tratta di ricostruzione e finzione poste socialmente, messe in scena come nuove possibilità di riavvicinare ego al sé muovendo dalla sua base materiale o psichica, con la conseguenza di ridurre il valore e il significato dell’intenzionalità soggettiva e dell’empatia inter soggettiva. Il sistema sociale perde progressivamente la sua forza governamentale, le forme del controllo sulle azioni e sui bisogni che a queste si collegano; si trasforma, piuttosto, come detto, in comunità sensoriale e in sistema aperto ai desideri e alle sensazioni che controlla l’immaginario collettivo e media socialmente fra i segni del corpo – mente.

Così la tecnica può scrivere correggere cancellare sul corpo, sulla sua superficie, estendendone le capacità di performance, oppure può liberarsi, come fa la cyber cultura, dei vincoli del corpo tentando di trasferire la mente in uno spazio non materiale ed indefinito lontano dal corpo, dove tutto è contemporaneamente presente ed anche le cose obliate possono essere rivissute, dove il reale ed il virtuale possono coincidere. L’uomo ritorna mascherato da icona del corpo.

La tecnologia, tuttavia, non agisce solo sulla superficie del corpo o tentando di trasformare il corpo in mente e di dare corpo alla mente, può altresì infondere fluidi, innestare sistemi nanotecnologici, eseguire espianti ed impianti d’organi, fornire gli organi e le parti del corpo di protesi e presidi per correggere le anomalie e le imperfezioni, oppure amplificando e potenziando le possibilità naturali del corpo, agendo in queste ed altre situazioni in luogo del corpo.

Ora è anche nel corpo, com’è stato prima segnalato, che possono compiersi quelle trasformazioni radicali che hanno per oggetto la natura umana. Lo stesso ego, dunque, si sta trasformando, nella prospettiva qui assunta, in una (bio) tecnologia che estende continuamente i propri desideri.

Sempre entro la prospettiva presentata, la salute diviene così il desiderio esaudito dall’immaginazione (scientifica), ma anche l’immaginazione che dà compimento alla sua promessa, mentre la non – salute è la promessa non ancora esaudita. La malattia si presenta, invece, come privazione dell’immaginario (sociale) oppure come negazione della promessa da parte di chi è in grado di esaudirla.

4. Eugenetica liberale

La polis genetica costituisce l’orientamento per un genitore, un governo, un giudice, un apparato di cura, una compagnia assicurativa, una società sportiva, un medico e altri che hanno la facoltà di decidere per un trattamento genetico, oppure di respingerlo, al fine di non determinare sperequazioni o pregiudizi, sia di status sia economici, ovvero di assicurare vantaggi competitivi nei confronti dello stesso soggetto o della società di riferimento.

La polis genetica assume la forma di una politica interdipendente con la scienza genetica, così che il registro societario, dove sono inscritte le variabili demografiche sociali e culturali, ma anche i comportamenti criminosi o devianti, è funzione del registro genetico, in cui sono ordinati i caratteri genetici e le eventuali trasformazioni in altri caratteri genetici di un certo soggetto o di un gruppo di soggetti. Al contempo, la scienza genetica è strumento necessario della politica per equilibrare o sviluppare certe condizioni genetiche iniziali o sopravvenute, con riferimento a specifiche comunità genetiche artificiali – costituitesi sulla base (democratica) di propensioni, qualità e caratteristiche desiderate e/o desiderabili – con codici culturali che potrebbero anche essere costruiti separatamente rispetto ad altre comunità genetiche naturali o artificiali.

È possibile prefigurare almeno tre macro ordini d’interventi eugenetici:

1) pratiche che programmano il soggetto impossibilitato a capire ed esprimersi e quindi a stabilire, anche in senso giuridico, le condizioni e i termini dell’intervento che avvengono sulla base della decisione di altri. Ciò non è consentito per Habermas senza l’implicazione del soggetto che verrà alla vita. Si tratta, infatti, di un intervento irreversibile, non dialogico e non pattuito con il soggetto voluto con una certa dote genetica da parte dei genitori e per questo consegnato a un progettista di prodotto genetico;

2) pratiche eugenetiche che intervengono lungo il corso della vita del soggetto, attuali e pattuite dallo stesso soggetto e, quindi, tutte lecite entro la trama discorsiva (democratica) posta da Habermas. Questi interventi si potrebbero sviluppare attraverso la manipolazione di forme viventi, ricombinate geneticamente per essere somministrate a persone, sane o malate, che ne fanno richiesta con la mediazione dello stato e/o del mercato sempre più transnazionale;

3) pratiche eugenetiche che si sviluppano entro le sfere prima indicate mediante la manipolazione criminosa di forme viventi, anche fino alla loro soppressione, la creazione d’esseri viventi con particolari caratteristiche o con la caratteristica di possedere solo certi organi per la loro coltivazione ed impianto in soggetti che ne hanno necessità terapeutica o per migliorare e potenziare il funzionamento del corpo.

5. Il diritto come segno

Il passaggio dalla biopolitica alla polis genetica modifica lo statuto del diritto e giustifica l’aumento del successo della bioetica. La sua funzione è quella di assicurare e verificare, con strumenti normativi più duttili rispetto a quelli che derivano dagli istituti giuridici tradizionali, la legittimazione sociale dei processi scientifici e la produzione dei nuovi oggetti biotecnologici. La forma dell’ordine giuridico correlata alle pratiche governamentali sembra, infatti, aver perso le proprie prerogative ed è costretta a inseguire la superiore velocità della tecnica genetica per tentare di regolare la diffusione del nascente biomercato.

Il diritto, che per Max Weber si sostanzia in una tecnica di governo che tende a istituzionalizzarsi e a perdurare nel tempo oltre i soggetti che l’hanno determinato, sembra ora conservare sempre meno i caratteri di norma formale e generale, astratta e coerente con il sistema giuridico complessivo.

La ragione profonda e obiettiva, sostiene Stefano Rodotà, che determina una nuova riflessione sulla ragione d’essere e sulla funzione del diritto, sembra causata non solo e non tanto da nuove sensibilità sociali,16quanto dal sottoporsi da parte del diritto stesso a nuovi dati di realtà costruiti dalla scienza e dalla tecnologia. Dati che modificano il senso dell’appello al diritto e le forme della regolazione giuridica. È proprio lo sviluppo della scienza, e in particolare della bioscienze, che muta la grammatica giuridica e rende gravosa la scrittura dell’ordine sociale da parte del diritto (Rodotà, 2006, pp. 14 – 15).

Gli sforzi del diritto di comprendere in sé le manifestazioni della vita, potrebbero così ridursi a meri interventi che riproducono su un piano solo formale e ancillare i successi della bio – tecnica. Le bioscienze e la tecnica sono in grado di costruire nuovi rapporti fino al punto che, ha posto Natalino Irti, l’unità originaria, la compattezza del cosmo, si è ristabilita, attraendo la natura dentro la nostra stessa storia, e perciò abolendola come physis contrapposta al nomos. La crisi del diritto naturale coincide con la crisi dell’immagine oggettiva ed extra – storica della natura (Irti, 2007, pp. 20 – 21)17. Si osserva quindi che il progresso sempre più intenso e accelerato proposto dalle bioscienze sta determinando un affievolimento dello statuto e delle prerogative del diritto, come forma tendenzialmente stabile e permanente nel tempo di regolazione dei rapporti sociali esterni alla natura umana. Se, infatti, ogni trasformazione storica della dimensione giuridica è

16 Ritengo, in ogni modo, rilevante il peso delle “nuove sensibilità sociali” cui fa riferimento Stefano Rodotà per comprendere la direzione che sembra assumere il diritto. Non è questa la sede per approfondire le diverse concezioni di J. Bentham e di F. K. Savigny, che delineano l’attuale dibattito sulla prevalenza o meno delle forme governamentali di derivazione statale rispetto alle forze soggettive e intersoggettive presenti nella società civile, a loro volta capaci di essere fonti e regolatrici di diritto e che consentono alla singola persona di divenire, contemporaneamente, soggetto ed oggetto, prodotto ma anche fautore, del biopotere. Osservo che il sistema sociale trova ora nella dimensione soggettiva, anche con il riconoscimento diffuso dei diritti che sono fatti derivare dalle diverse espressioni umane, la fonte che accresce la sua complessità. In un certo senso, tutto ciò sta attualizzando l’aspirazione di Foucault, il quale, nell’ultima parte della sua vita, progettava e proponeva un’etica politica in grado di indebolire il sistema basato sul diritto (inteso, prima di tutto come comando statuale che impone asimmetricamente agli individui certi comportamenti), elevando contestualmente la libertà e la fluidità delle relazioni soggettive, sempre più globalizzate, in opposizione alla biopolitica tradizionale dello stato liberale. Peraltro, se ogni mossa esistenziale può essere traslata nell’ordine giuridico, il sistema sociale, inteso come apparato governamentale, è sempre più chiamato a farsi interprete e a mediare per via normativa e valoriale fra le varie istanze individuali ed intersoggettive cui sono portatori gruppi organizzati, pure se minoritari, di cittadini, ed è spesso costretto a costruire modelli giuridici sincretici ed artificiali per tentare di armonizzare oggetti diversi o contrapposti, ripristinando così, per non pochi aspetti, le impostazioni che esaltano il culto della legge generale.

17 Sulla funzione del diritto si veda anche: N. Irti (2004); P. Iagulli (2001); V. Ferrari (1992); G. Zagrebelsky (1992).

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avvenuta seguendo e adattando le conquiste tecniche e scientifiche alla forma della società, ora si registra viceversa la trasformazione della funzione del diritto in variabile dipendente dai successi delle bioscienze in grado di modificare la struttura interna della natura umana. Si pone in quest’ambito il tema generale del complesso processo di legittimazione del progresso scientifico e biotecnologico nella società democratica, il quale non incide solo sulla relazione medico – paziente, ma riguarda anche il problema dei rapporti tra norme morali e norme giuridiche. Queste, nonostante le differenze, si qualificano come norme sociali, poiché frutto di una relazione intersoggettiva entro una certa comunità discorsiva. Potremmo definire, invece, come artificiali le norme tecnico-scientifiche in quanto prodotte per via autopoietica entro un dominio particolare di competenza, di auto controllo e di auto alimentazione, con l’avvertenza che potrebbero divenire esse stesse, dopo un certo tempo ed un certo processo di legittimazione e di assimilazione, norme sociali. È nell’ambito di norme artificiali che si definiscono i confini per la tutela degli stessi caratteri esistenziali che qualificano i soggetti umani, dove una parte non secondaria, anche per i rilevanti interessi economici connessi, è svolta dal sistema dei brevetti sulla vita.

Il progressivo affrancamento delle bioscienze e delle biotecnologie dal sistema sociale e dal sotto sistema sanitario sta comportando, infatti, un’intensa – ancorché non sistematizzata – proliferazione legislativa e normativa di cui la bioetica è parte, assieme alla costituzione e allo sviluppo di un polo di apparati tendenzialmente autonomo, anche in ragione delle grandi quantità di trasferimenti finanziari, pubblici e privati, specificatamente dedicati e del nuovo mercato dei brevetti sulla vita.

Se per molti profili è vero che la vita non può essere trasferita nella norma, per altri profili la rappresentazione della vita nella norma è ciò che ha consentito di costruire la civiltà delle forme e delle proporzioni, dei modelli e dei limiti, dei giudizi e delle cose che rimangono nell’ombra. In diversi modi la norma ha consentito alla vita di estendersi: questa, infatti, è anche prolungamento delle norme, e reciprocamente. I soggetti, gli stessi soggetti che ora vorrebbero trasformare se stessi, sono anche il risultato di stratificazioni normative, anche se, osserva Maria Rosaria Ferrarese, è in corso un lungo processo di creazione di forme poliarchiche e condivise del potere, che rompono il tradizionale monopolio pubblico del potere e si sta delineando l’indebolimento di quel potere disciplinare che ancora Foucault vedeva nello Stato (Ferrarese, 2006, p. 29)18.

18 Si veda anche M. R. Ferrarese (2000).

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Il potere governamentale ha reso imprescindibile il rapporto fra norme e vita, né è possibile prospettare seriamente alcun ritorno allo stato di natura. La vita senza il limite della norma (come luogo che raccoglie, contiene e filtra le energie vitali) assumerebbe significati solo naif o grotteschi, sarebbe priva della necessaria precisione esistenziale senza la quale non si rende possibile la sua permanenza nel tempo. La vita ha bisogno delle norme per svilupparsi: il problema, piuttosto, riguarda l’adeguatezza delle norme.

È possibile, tuttavia, ipotizzare che lo sforzo d’adeguamento fra scienza, vita e norme sia prodotto solo parzialmente dal biodiritto (che si qualifica come comando normativo e risponde alle dimensioni storiche che sono state richiamate trattando del discorso di Foucault), ma possa essere assolto sempre più, e con sempre maggiore competenza e possibilità di successo in termini di regolamentazione giuridica, dal diritto privato e da sistemi di normazione derivati, in particolare da quelli giurisprudenziali. La loro maggiore flessibilità consente di pensare non tanto al contenuto, ma alla forma della norma, la cui mutevolezza (entro certi limiti) è necessaria nella misura in cui cambia l’episteme della scienza e il grado di controllo dell’evoluzione della specie umana e dell’anomia sociale che si produce anche per contrasto fra i diversi sistemi valoriali che agiscono a livello societario. Il diritto, spogliandosi dei suoi poteri tradizionali, è più leggero e più plastico, ma inevitabilmente diviene altro. I confini del diritto potrebbero essere definiti dai protocolli scientifici e lo stesso diritto potrebbe costituirsi come mera funzione procedurale, attraverso cui rendere legittime le decisioni su base democratica. La norma giuridica potrebbe piuttosto anche formarsi attraverso la sospensione (epoché) d’ogni concezione che si fondi su diritti sostanziali e sulle relative tutele e garanzie, così come si sono affermate attraverso un lungo processo storico. Il nuovo orientamento premierebbe, invece, un diritto come puro segno, o come direzione, i cui contenuti e valori si affermano sulla base di maggioranze relative e mutevoli, tenuto conto delle utilità attese dalle scoperte delle bioscienze da parte dell’opinione pubblica.

Il successo della bioetica può essere interpretato, dunque, come una mossa strategica, anche se in molti casi eccessivamente fiduciosa, dello stato governamentale che non riesce, con i propri strumenti concettuali e con le pratiche alle quali ha fatto storicamente ricorso, ad incorporare, elaborare e mediare fatti che non rientrano nello statuto del diritto. La bioetica, si sostiene, nasce proprio come (parziale) risposta all’inadeguatezza del diritto, anche se questi continua e continuerà naturalmente a produrre effetti, di fronte all’affermazione delle bioscienze che stanno determinando, con il mutamento della forma della natura umana, anche la trasformazione della forma giuridica.

Il ruolo della bioetica nella prospettiva sociologica non è tanto e solo quello di fornire le risposte, su un piano normativo diverso da quello assicurato tradizionalmente dal diritto, alle domande che accompagnano i progressi delle bioscienze, ma è innanzi tutto un indicatore che rivela la forma e l’evoluzione che sta assumendo un fatto totalmente inedito, insieme scientifico, giuridico e sociale, prima non conosciuto e non conoscibile dal diritto.

La bioetica è funzione della polis genetica, così come il biodiritto è funzione della biopolitica.

6. Bio-crimini e crimini a base genetica

Nella società polis genetica il fatto criminale non è frutto (o non lo è completamente) di una scelta razionale. L’indagine sui geni, così come ha recentemente stabilito il dispositivo della sentenza citata all’inizio di questo scritto, comporta l’estensione delle pratiche che valutano il comportamento criminoso o deviante e potrebbe ripresentare per vie diverse e inedite le ipotesi del chirurgo e criminologo positivista Cesare Lombroso,19 secondo cui delinquenti si nasce e non si diventa. Una delle conseguenze estreme di tali pratiche d’indagine genetica, potrebbe essere quella di consentire a un individuo geneticamente programmato di sfuggire a un’imputazione per un fatto penalmente illecito commesso, in quanto ritenuto non responsabile. Responsabile sarebbe piuttosto il programma genetico difettoso o i genitori che hanno scelto il programma, oppure l’ingegnere genetico che l’ha elaborato (Gobbato, 2008, pp. 65 – 66).

Il passaggio dalla società biopolitica alla società polis genetica è in grado di determinare inediti fermenti anomici20, controllabili con difficoltà per via sistemica, tenuto conto dell’attuale struttura valoriale, che conducono il biodiritto in luoghi particolarmente irti, abitualmente non accessibili. È possibile prevedere che vi saranno fasi particolarmente accentuate di disorganizzazione sociale implicanti contraddizioni normative che non consentiranno alle persone sempre più individualizzate d’essere osservanti delle norme attuali. Le modificazioni determinate dalle biotecnologie tendono, da un lato, a far venire meno i legami societari/valori/rispetto del

19 Per approfondire i temi socio – criminologici si rinvia all’ampia rassegna di A. Balloni (1983). Si veda anche: F. P. Williams e M. D. McShane (2002); D. Melossi (2002).
20 Per un’ampia rassegna del concetto di anomia si veda A. Izzo (1996).

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prossimo e, dall’altro, a far crescere l’anomia sociale proporzionalmente alla sempre maggior consapevolezza delle possibilità offerte dalle biotecnologie d’assicurare quanto promettono.

Analogamente al passaggio dall’età classica a quella industriale che ha visto, assieme al dominio liberale e biopolitico descritto da Foucault, fasi acute di anomia e instabilità, perdita di valori, crisi dei processi di legittimazione sociale e l’affermazione di pratiche devianti, il salto epistemologico dalla biopolitica alla polis genetica potrebbe costituire una nuova fonte, forse ancora maggiore rispetto alla prima, di effervescenza anomica.

Non solo: potrebbero proporsi, con maggiore vigore e in un ambito del tutto nuovo, le tesi di Merton in merito all’inadeguatezza fra le mete socialmente poste e l’effettiva disponibilità dei relativi mezzi per raggiungerle. S’ipotizza che potrebbero anche determinarsi tensioni o conflitti, da una parte, fra comunità di soggetti che non fanno ricorso (o ai quali non è consentito fare ricorso) ai beni genetici disponibili e, dall’altra parte, comunità di soggetti facenti parte (dalla nascita o lungo il corso della vita) di comunità (distintive) costituite in ragione di selezioni genetiche artificiali. In tali casi, potrebbero (di fatto, se non in modo formale) modificarsi i ruoli e gli status sociali degli uni e degli altri e le possibilità d’accesso a determinate cariche pubbliche o private? Queste osservazioni e domande assumono oggi un significato particolarmente pregnante, in ragione della maggiore estensione del riconoscimento dei diritti che potrebbe far crescere la domanda sociale d’interventi di miglioramento e vantaggio genetico per fini non curativi, assieme allo sviluppo di un mercato genetico transnazionale, legale e illegale.

All’aumento dell’anomia determinata dalla convinzione (non importa se fondata) che tutto è possibile in campo biotecnologico, potrebbe inevitabilmente corrispondere l’incremento d’inedite opportunità criminali, a vari livelli, e la conseguente necessità di configurare politiche sociali e penali, assieme a specifici interventi normativi e tipologie di reato.

Se nella società biopolitica sono i bio-crimini, ovvero gli atti illeciti connessi con il mercato del corpo o di alcune sue parti, a determinare le forme più gravi dei delitti contro la persona, nella società polis genetica i crimini si qualificano come a base genetica, ovvero atti illeciti connessi alla programmazione dell’essere umano e al mercato genetico. Anche se i confini fra bio-crimini e crimini a base genetica appaiono in molti casi “sfumati”, è possibile comunque definirli entro due diverse categorie.

Per quanto riguarda i bio-crimini vale il principio della non commercialità del corpo umano nella sua integrità e nelle sue singole parti e in ogni forma. Così, per esempio, la Risoluzione del Parlamento Europeo del 200521 vieta la cessione degli ovociti umani a scopo di profitto in quanto lesiva della dignità della donna tanto che potrebbe pregiudicarne l’integrità psico-fisica. Per la Risoluzione richiamata qualsiasi donna costretta a vendere parti del proprio corpo, comprese le cellule riproduttive, diventa preda di reti criminali organizzate dedite al traffico di persone e organi. Fra i delitti che possono annoverarsi nella categoria dei bio-crimini si individuano: il business delle cellule staminali (fino all’omicidio per procurarsi materiale biologico); il deliberato inganno di pazienti affetti da malattie incurabili; il traffico clandestino di organi; la selezione programmata del sesso e diagnosi sugli embrioni per individuare malattie genetiche prima del trasferimento in utero; l’aborto selettivo; situazioni che segnalano contraddizioni normative, come i bio-medicinali ricavati dalla ricerca sulle staminali ritenuti legali in alcuni Paesi, ma vietati in altri; la creazione di embrioni chimera frutto dell’unione di ovociti animali con DNA umano; vendita illecita di ovociti da parte di donatrici; business degli uteri in affitto; business degli ovociti congelati; esecuzione di test genetici sugli immigrati; alimentazione fraudolenta dell’immaginario sociale con la prospettiva di ottenere benefici curativi falsi.

I crimini a base genetica si possono concretizzare invece solo nella società polis genetica, dove il crimine ha, come nella società biopolitica, per oggetto il corpo, nella sua integrità (fisica e mentale), ma, a differenza della società biopolitica, anche le sue possibili modificazioni e progettazioni. Il crimine, infatti, sussiste laddove vi è interesse e il corpo, valorizzato dalle scoperte delle bioscienze, si trasforma sempre più in una banca e in un mercato dove poter trovare illecitamente risorse biologiche e genetiche diverse fino alla soppressione degli individui ai quali appartengono, ma può anche consistere nella frode contro la buona fede e le attese individuali e sociali circa gli effettivi benefici legati a una certa scoperta oppure a un certo prodotto biotecnologico..

L’attività criminale può coinvolgere tutto ciò che riguarda e offre il “mercato genetico”, come il trasferimento improprio di sequenze genetiche, il trasferimento di prodotti genetici, il trasferimento tecnologico, ecc; oppure specifiche fattispecie di crimini a base genetica, quali, ad esempio, la violazione di banche di cellule staminali e/o l’indebita appropriazione dei prodotti tutelati con brevetto, ma anche la produzione e l’immissione nel

21 Risoluzione del Parlamento Europeo B60199/2005.

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mercato dei dati genetici, il rilascio illecito nell’ambiente di prodotti geneticamente modificati, fino allo sfruttamento dei giacimenti genetici dei popoli più deboli, il furto di cellule, tessuti, sequenze e programmi genetici, anche con il consenso e/o il coinvolgimento doloso delle autorità, la falsificazione della prova del DNA, attraverso la fabbricazione in laboratorio di sangue e saliva con DNA di persona diversa da quella a cui si dovrebbe riferire22, la produzione d’organismi geneticamente modificati vietati dalla legge, etc. È possibile per il futuro prevedere anche la creazione illecita di parti del corpo.

Le politiche sociali e penali potranno estendersi ai tipi e ai modi d’interazione fra vittima e criminalità, ma anche alla prevenzione e al controllo sociale di sistema complessivo come, ad esempio, sui desideri/immaginario, sulla produzione/distribuzione dei prodotti biotecnologici, sull’ambiente. Si rende necessario l’attivo e continuo coordinamento delle legislazioni e degli interventi a livello internazionale23, per contrastare la nuova criminalità dai caratteri sempre più spiccatamente transnazionali ed impedire la creazione di quelli che è possibile definire veri e propri paradisi genetici nei confronti dei quali i controlli sono ancora troppo spesso labili24. Per altri versi, deve essere rilevato che la scienza, le pratiche ed i prodotti genetici potranno costituire vere e proprie risorse strategiche,

22 In Israele, riporta Umberto Repetto nel “Sole 24 Ore” del 19 agosto 2009, è stata dimostrata la modificabilità dell’esito di un’indagine giudiziaria e la possibilità d’incriminazione di un estraneo in un delitto. Uno degli esperimenti si è basato sulla tecnica dell’amplificazione del genoma (WGA), mentre l’altro sistema utilizzato per la manipolazione del DNA si è fondato sull’utilizzo fraudolento di un archivio elettronico.

23 Oltre alla Convenzione sui diritti dell’uomo, sulla biomedicina e sul divieto di clonazione, approvata ad Oviedo il 4 aprile 1997 (ratificata dal Parlamento Italiano con legge 28 marzo 2001, n. 145), si deve ricordare la Dichiarazione Universale sul genoma umano e i diritti umani, approvata l’11 novembre 1997, la quale costituisce un importante strumento internazionale per la protezione del genoma umano. Il 10 marzo 2005 il Parlamento Europeo ha emanato una Risoluzione sul commercio di ovociti umani, a seguito di alcune notizie di cronaca sul commercio di ovociti dalla clinica Global Arts in Romania verso cliniche britanniche. La Risoluzione rileva che qualsiasi donna costretta a vendere parti del proprio corpo, comprese le cellule riproduttive, diventa preda di reti criminali organizzate dedite al traffico di persone e organi. Deve anche essere menzionata la direttiva 98/44/CE la quale prevede il divieto di clonazione e il divieto d’utilizzo per fini industriali o commerciali degli embrioni.

24 Sul traffico internazionale di cellule staminali, la loro somministrazione a pazienti in condizioni terminali e la consumazione di decine di delitti collegati – che ha coinvolto in modi diversi l’Ucraina, l’Italia e le Barbados – si veda, per esempio, l’approfondita inchiesta di Andrea Nicastro, pubblicata sulle pagine del “Corriere della Sera” del 14 – 17 – 20 maggio 2007.

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anche segrete, sottoposte alla tutela da parte di Stati ovvero organizzazioni pubbliche o private in conflitto fra loro per assicurarsene il possesso e l’utilizzo.

7. Alcune considerazioni e riflessioni, non conclusive

Com’esprimere, ci si potrebbe chiedere a questo punto, un giudizio fondato intorno ad una serie di fenomeni complessi di cui sfuggono le esatte proporzioni e con la proprietà di estendere quasi giornalmente i loro confini, anche solo nell’immaginario sociale, sulla base di categorie gnoseologiche e di prassi che potrebbero fornire spiegazioni e disegnare scenari parziali?

Questa domanda dà forse il senso del significato del mutamento in atto, unico per non pochi aspetti nella storia biologica dell’uomo, che segna un salto negli approcci conoscitivi e sempre più potrebbe richiedere nuove riflessioni sulle politiche e sui comportamenti sociali, e anche sui limiti da mantenere per assicurare la coesione sociale, davanti a fenomeni che potrebbero anche assumere i caratteri complessi di una e vera e propria migrazione (o dell’aspirazione a migrare) in una nuova condizione oppure in una diversa specie umana. Si tratta di politiche di conoscenza e diffusione delle opportunità offerte dai beni genetici, di sistemi di norme nei confronti della produzione e del controllo dei beni biotecnologici e d’accesso agli stessi, di regolazione del relativo mercato e, ancora, di prevenzione e repressione dei crimini connessi.

Mutamento, politiche e coesione sociale sono, dunque, le dominanti concettuali (o domini) che informano il senso complessivo delle riflessioni compiute e sono qui assunte come forme particolari con cui si esprime, almeno tendenzialmente, la medesima dimensione, concettuale e reale insieme, che fa riferimento allo sviluppo delle bioscienze e delle biotecnologie. Il loro sviluppo è stato, in questa prospettiva euristica, posto come variabile indipendente rispetto a detti domini. Si tratta, certo, di una prospettiva non perfettamente equilibrata che potrebbe, se considerata acriticamente, determinare la trasformazione delle relazioni umane in ambiente delle relazioni che si sviluppano dalle bioscienze e dalle biotecnologie.

Le bioscienze e le biotecnologie stanno, dunque, sempre più profondamente incidendo sulla struttura e sui processi delle società a base liberale e a sviluppo capitalistico, ma anche, con diversi effetti, su quelli delle società appartenenti ai Paesi il cui sviluppo non è ancora emerso. Si tratta di una realtà che sta assumendo aspetti e caratteri sui generis e richiede riflessioni sempre più consapevoli e informate, non solo da parte di coloro che sono in possesso di saperi specifici ed esperti, ma anche da parte di tutti i cittadini25. Una realtà composta di fatti sociali originali i cui caratteri, indipendentemente dai sistemi di valori ai quali ciascuno di noi fa riferimento, possono essere oggettivamente verificati considerando, per esempio, le seguenti tendenze che negli anni recenti hanno cominciato a manifestarsi:

1) Sempre più frequentemente le scoperte di laboratorio e i relativi prodotti biotecnologici comportano la crescita delle attese individuali e la preoccupazione dei rischi connessi. 2) Si segnalano forti criticità e ambivalenze nel rapporto comunicativo fra la comunità degli scienziati e dei cittadini: i primi dimenticano (qualche volta) la prudenza necessaria e procedono con annunci clamorosi che i mass – media traducono (spesso) in modi inappropriati. 3) Con intensità crescente ci s’interroga sulle conseguenze sul piano etico derivanti dallo sviluppo delle bioscienze e delle biotecnologie, tanto che l’etica come disciplina contribuisce a determinare i modi stessi delle produzioni biotecnologiche. 4) La velocità con cui le bioscienze e le biotecnologie si sviluppano non consentono al sistema giuridico di adeguarsi in tempo. 5) La produzione biotecnologica anticipa il dibattito politico per il relativo orientamento bioetico a carattere generale. 6) Le bioscienze e le biotecnologie si stanno affermando come un polo sempre più autonomo, anche in ragione dei grandi apporti di capitali pubblici e privati, mentre le forme della politica non sembrano in grado, per ora, di guidare e controllare la ricerca in campo genetico e dei suoi prodotti. 7) Si pongono sempre più i problemi legati alla realizzazione e al finanziamento di grandi progetti genetici e nei confronti del numero dei brevetti biotecnologici, cresciuti in modo esponenziale negli ultimi venti anni. 8) Le inchieste giudiziarie recentemente aperte a livello nazionale e internazionale hanno accertato la presenza di crimini e di forme diverse di devianza, resi possibili dallo sviluppo delle bioscienze e delle biotecnologie.

L’evoluzione ha trasformato l’essere umano in un soggetto culturale e la cultura è ora sempre più in grado di controllare la stessa evoluzione e l’identità dell’uomo che si potrebbe trasformare (nuovamente) da culturale in biologica. L’identità biologica potrebbe segnare e caratterizzare le condizioni che storicamente hanno consentito l’affermarsi dei diritti di cittadinanza. Il miglioramento genetico dei cittadini, assieme alle forme con cui questo

25 Sul rapporto fra scienza e cittadini si rinvia M. Bucchi, F. Neresini (2006) e M. Bucchi (2002).

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miglioramento sarà consentito o negato, è la questione fondamentale che si porrà nella società polis genetica.

Il fatto nuovo rispetto alle pratiche eugenetiche imposte forzatamente dagli Stati, è costituito dall’emergere nell’ambito della dimensione soggettiva e inter soggettiva dell’orientamento e della tensione verso il miglioramento genetico, in quanto aspirazione, vagliata per via democratica, da far rientrare nell’ordine dei diritti di cittadinanza. La complessità del sistema biopolitico liberale si sta trasformando in una nuova complessità, anche se, come detto in precedenza, continuano a permanere e, al momento, a prevalere le tradizionali pratiche governamentali. L’incontro di tali forme complesse, produce, a sua volta, problemi specifici legati alle forme di controllo sociale che devono essere adottate per gestire la trasformazione in atto.

Non sono solo i fatti da cui dipendono la pace o la guerra e i comportamenti planetari di salvaguardia dell’ambiente che costituiscono i riferimenti essenziali che qualificano l’opera dei viventi di ora rispetto ai viventi futuri, ma con l’ultima modernità sono divenute centrali anche le trasformazioni simboliche e le manipolazioni materiali del corpo e nel corpo che stanno facendo dello stesso corpo una frontiera e un destino da cui dipende l’identità, antropologica e sociale, delle prossime generazioni.

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 2 Per approfondire i temi e i problemi posti da Habermas con riferimento alla genetica liberale, rimando all’acuto commento di Costantino Cipolla (2004, pp. 21 ss.).
3 Per Foucault, […] solo dopo che avremo saputo in che cosa consiste propriamente il regime di governo chiamato liberalismo, potremo allora comprendere che cos’è la biopolitica (Foucault, 1978, p. 33)
4 Per la ricostruzione storica e giuridica della funzione del diritto a partire dal giusnaturalismo, rinvio all’opera di Renato Treves (1987).
5 Solo la resistenza alla dinamica di questi modelli consente di modificare i rapporti di potere che comprendono relazioni strategiche, plurali ed eterogenee, dove tutti gli individui sono implicati nei confronti di un fine avvertito come comune. Sui rapporti fra relazioni di potere (relazioni strategiche), tecniche di governo (stati di dominazione ed etica politica), Foucault ha dedicato le riflessioni dell’ultima parte della sua vita (Foucault, 1994).
6 Si veda anche A. Maturo (2008) e (2007).
7 Si veda anche M. Cini (1994).
8 Sulle differenze fra genetica classica e genetica molecolare cfr E. Boncinelli (1998).
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